A Scanno le donne non camminano: scandiscono il tempo con i loro passi.


Le vedi affiorare dalle ombre delle vie di pietra, dove la luce arriva come una rivelazione trattenuta, e portano addosso secoli interi. I loro abiti non sono semplici costumi: sono archivi viventi, pieghe di memoria cucite a mano, velluti che sanno di inverni lunghi, grembiuli che hanno ascoltato il respiro delle case, il silenzio delle attese. Il copricapo, austero e insieme solenne, incornicia volti scavati dal freddo e dalla dignità; e da sotto, come un segreto antico, scendono trecce — fitte, strette, potenti — che evocano spire di serpenti, dee dimenticate in fondo al lago, madri primigenie, presenze anteriori persino al nome degli dei.

C’è qualcosa di arcaico e intatto in queste figure. Non chiedono di essere guardate: si impongono. Nei loro gesti quotidiani — lavare, cucire, impastare, salire e scendere per vicoli impervi come dilemmi — si avverte la gravità di un compito più grande, quasi cosmico. Perché per lunghi mesi l’anno, quando gli uomini seguivano le greggi lungo la transumanza, erano loro a reggere il mondo. Non solo la casa, ma l’economia minuta, le relazioni, la sopravvivenza stessa del paese. Custodi e creatrici, radice e respiro.
Eppure non c’è ostentazione; parlano poco, quasi per niente. Ma i loro silenzi non sono vuoti: sono pieni come la terra prima della semina: si sente gridare la fierezza, l’orgoglio di chi non ha mai chiesto il permesso di esistere. Una forma di emancipazione che non ha avuto bisogno di parole moderne, perché è nata dalla necessità, dalla resistenza, dalla continuità. Autodeterminazione scolpita nella fatica.
Scanno, arroccato tra le montagne, sembra voler proteggere questo universo femminile come una reliquia viva. Le pietre delle case, i gradini consumati, le porte socchiuse: tutto parla di loro, della loro presenza che non si è mai ritirata. Anche nell’isolamento, anche nella durezza di una geografia che separa e stringe, hanno costruito una comunità che respira al ritmo delle donne.

Nelle immagini di Hilde Lotz Bauer — rigorose, rispettose, mai invasive — questa verità emerge con una limpidezza quasi dolorosa. Non c’è esotismo, non c’è spettacolo: solo uno sguardo etico, paziente, che sa attendere. La fotografa non ruba l’anima, la lascia emergere. E così quelle figure non diventano oggetti, ma presenze. Ogni ruga, ogni piega del tessuto, ogni sguardo abbassato o diretto racconta una storia che non chiede interpretazione, ma ascolto.
Guardarle è come trovarsi davanti a un altare senza religione, dove il sacro è fatto di vita vissuta. Donne che non hanno mai avuto bisogno di proclamarsi forti, perché lo sono sempre state. Donne che hanno abitato il margine trasformandolo in centro. Donne che, ancora oggi, portano sulle spalle non il peso, ma la continuità del mondo.
E in quel silenzio — così pieno, così antico — si sente ancora il battito profondo delle madri.
Il nuovo libro di Eleonora, Appunti Feministi, viene presentato a Palazzo Madama, la sede del Senato di Roma, il 2 luglio 2026 in una conferenza stampa per il 6° Festival Feminista Ju Buk..
